La Cura sul Corriere Fiorentino

la cura illustrazione di federica rugnoneCorriere Fiorentino, sabato 24 giugno 2017

Cinque anni fa, dopo l’estate, stavo lavorando al mio primo «vero» progetto teatrale, Fumo Blu . Ho sempre mille difficoltà di concentrazione e così mi dividevo fra la biblioteca delle Oblate e quella del British, con il cellulare quasi sempre spento. In una pausa, trovo una chiamata di mia madre. Lavora sempre molto e per telefono ci sentiamo poco, sempre alle stesse ore. Non era una di quelle. Ma non ci faccio troppo caso e rientro in sala consultazione, contento di riuscire a mettere in fila delle scene teatrali sensate. Altra pausa, altra chiamata, e ancora non riesco a rispondere. Mia madre è un medico, e quando è in ambulatorio evito di chiamarla, così continuo a rimandare.

La notizia mi arriva il giorno dopo. Sono a casa, rispondo al telefono e scopro la parola «meningioma». In poche ore mi faccio una cultura, e imparo molte cose su vari tipi di tumori. Hanno nomi strani che di per sé dicono poco, e poi noi ne abbiamo avuti vari in famiglia. Ma un conto è la nonna, che un po’ te l’aspetti possa accaderle qualcosa, un altro è la mamma, in piena forma, e che potesse ammalarsi proprio non ci avevi pensato. Questa parola, oggi cristallina, indica un cancro al cervello. Ma lei minimizza. «Domani vado dal mio collega neurochirurgo, è un amico. Vedrai che mi fissa subito l’operazione». Faccio finta di crederci e parto per un convegno a Napoli. Da quel momento, le chiamate diventano più regolari e le informazioni più dure. Il tumore è profondo, l’operazione rischiosa, meglio andare a Milano per una specie di radioterapia, tanto potente da chiamarsi radio-chirurgia . Ma anche lì niente. Ci sono rischi e possibili conseguenze. Inizia così un periodo tragicomico di consulti con specialisti e guru della disciplina, ognuno dei quali propone una soluzione diversa. Io mi sgancio da convegni e quant’altro per vedere in faccia questi signori e provare a capirci qualcosa. C’è sempre mio padre, medico anche lui e ottimo guidatore, non ci sarebbe bisogno di me, ma ci voglio essere. Andiamo a Siena, e poi a Pisa, Verona, Milano, Torino, Udine… Qualcuno dice che l’operazione non è poi così difficile, altri suggeriscono altri tipi di radioterapie — scopro che ne esistono un’infinità — molti parlano di centri specializzati all’estero. E quindi mio padre manda mail ad Hannover, a Tokyo, negli Stati Uniti. Finalmente facciamo una riunione di famiglia, via skype — mio fratello vive in Canada e vogliamo esserci tutti, almeno virtualmente. Decidiamo per il genio della neurochirurgia, una specie di star giapponese che anche in Italia organizza degli interventi privati. Per fortuna c’è l’assicurazione.

Ma il finale non è buono o cattivo, solo complesso e incomprensibile. Dopo otto ore di intervento il tumore è ancora lì, tale e quale. Lui dice col suo inglese nipponico che non ci vedeva niente, tutto era pieno di sangue e di nervi. Io ringrazio davvero di cuore perché la mamma è viva e vegeta. Pensiamo quindi di riprovare l’operazione, cerchiamo di capire cosa non abbia funzionato e come andare avanti. Poi le cose cambiano, da sole. Perché intanto sono passati mesi e quella massa è sempre uguale, non è cresciuta di un micron. D’altronde il tumore si era scoperto per caso, e non ha mai provocato alcun sintomo. E così decidiamo per il Wait and Watch : una risonanza magnetica ogni tot mesi e basta.

Facile vivere con una bomba a orologeria nel cervello! All’inizio se la mamma restava sola per un pomeriggio eravamo tutti in allerta. Poi ci si abitua, almeno io, lei chissà. E intanto ti accorgi che qualcosa è cambiato. Che quando hai sospeso, costretto dalle circostanze, ogni impegno di lavoro, hai trovato anche cose belle, prima mai assaporate. E ti dici che intanto che siete tutti vivi, qualunque cosa accada, potresti anche provare a viverli quei momenti, anche senza ospedali intorno. In tutto quel tour tra gli oncologi nostrani, hai parlato di cellule impazzite e delle opzioni per farle calmare, ma hai anche riso e scherzato. E in questi frangenti un sorriso assume un senso diverso, una intensità maggiore. Quei giorni quando sul telefono ti appare qualcosa di lavoro e ti chiedi come sia possibile. Che cosa c’entri il lavoro lì dentro. Che senso abbia, in fondo, il tuo lavoro.

Così ho deciso di raccontare questa storia con i mezzi che conosco meglio, quelli del teatro. E mentre mia mamma riscopriva una vita diversa, assaporandosi ogni giorno con nuovo entusiasmo, ho iniziato a scrivere un nuovo testo. L’ho chiamato La Cura , pensando non tanto alle medicine, ma piuttosto a questa nuova consapevolezza. Mi sono ispirato alla realtà per inventare personaggi e situazioni diverse. Ho immaginato un figlio ribelle, Mathieu, scappato via da sua madre per contrasti adolescenziali, una sorella più tranquilla e obbediente, Chiara, anche lei lontana per l’università. E ho provato a vedere in che modo questa malattia potesse riunirli. In più c’è anche un quarto personaggio, Marco, un violinista bon viveur, colpito dalla stessa malattia, con cui nasce una speciale amicizia. Tutto è accennato, stilizzato, perché in cinquanta minuti è difficile raccontare di più e poi temevo la retorica. Non so se ci sono riuscito, ma almeno un senso, mi pare, l’ha avuto. Così, a pochi giorni dal debutto a San Miniato, affrontiamo le difficoltà che come sempre precedono uno spettacolo con Elena Arvigo, la protagonista, che mi dice sempre: «Ricordati perché l’hai scritto».

Gherardo Vitali Rosati

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