Far teatro nel mulino senza luce e senza acqua

Corriere Fiorentino, 27 luglio 2012

C’è chi per fare teatro ha scelto un vecchio mulino, senza luce né acqua corrente, dove ogni anno invita il pubblico a esperienze originali e fuori dal comune. L’attore e regista Marco Sodini – fra i fondatori del teatro del Carretto di Lucca – ha scoperto quasi per caso questo cascinale isolato nei pressi di San Donato in Poggio, e nel corso di tre anni i suoi lavori estivi sono diventati già una tradizione. Il 4 agosto, alle 12.00, proporrà la Calandria del Cardinal Bibbiena: un’esperienza che per il pubblico nasce già nel percorso. Bisognerà presentarsi alle 11.30 al ristoro Uscio e Bottega – tre chilometri dopo il centro di San Donato, verso Castellina – dove si paleseranno gli attori. «Cercavo un posto dove potersi isolare anche dalle proprie abitudini – spiega Sodini – come sedersi su un water, farsi una doccia o accendere una lampadina. Qui proviamo a riprendere contatto con le zone primarie del vivere: il corpo, la terra, la luce, il tempo, sia cronologico che meteorologico. Condividiamo ogni momento immersi nell’opera: dalla mattina presto quando andiamo a farci un bagno nel fiume, al mangiare che prepariamo insieme, dal training alle improvvisazioni al vino bevuto chiacchierando la sera».

Rinunciare a comodità ormai acquisite non è un modo per isolarsi dal mondo, ma per ritrovare una dimensione che spesso si perde nella fretta di tutti i giorni. «Facciamo entrare nella nostra esperienza teatrale tutto quel che c’è: pietre, alberi, silenzio, acqua, susine, stelle, bramito dei daini, cipolle, parole. Se è vero che si diventa ciò che si respira, si vede, si mangia, si dice, qui si scopre come il teatro abbia la forza di tessere relazioni complesse con se stessi, con gli altri, con lo spazio e il tempo. Questo luogo delle relazioni aspira a divenire una sorta di spazio poetico, ai margini della società dell’informazione e del controllo che chiede superficialità, distrazione, fretta».

Dopo aver recitato in contesti come il Festival d’Automne di Parigi, il Festiva dei Due Mondi a Spoleto o il Festival del Teatro Italiano a Mosca, Sodini ha scelto di dedicarsi a esperienze meno convenzionali. Ora collabora regolarmente col noto coreografo Roberto Castello, con cui ha avviato il centro culturale Spam!, e col videoartista Giacomo Verde. Ma è da sempre interessato a situazioni e spazi originali: «ho inseguito continuamente una extra-ordinarietà dell’azione scenica, una sua qualche extra-territorialità anche operando con dipartimenti di salute mentale, università, comunità di migranti, anziani etc. proprio perché persuaso che il teatro stia nel suo eccedere, nel suo sfuggire al previsto e insieme nel suo farsi mondo».

Se gli anni scorsi ha lavorato sulle più note opere ispirate alla natura – il Sogno di una notte di mezza estate di Shakespeare e il Giardino dei ciliegi di Cechov – ora affronterà la Calandria. Pur se meno nota al grande pubblico, è considerata un caposaldo per la storia del teatro. Fu scritta all’inizio del Cinquecento ed è ritenuta la prima commedia in prosa del nostro teatro. Lasciava indietro il verso per scegliere una scrittura nuova e andava a pescare il suo soggetto dalle commedie di Boccaccio. Per Sodini, La Calandria «è una commedia che richiede la piena luce meridiana, le ombre staccate e l’arsura». Ecco allora che se le altre opere si svolgevano di sera, ora il pubblico è convocato in pieno giorno. A portare in scena questa commedia sarà un gruppo di attori professionisti e non, «accomunati dal desiderio di mettersi in gioco senza preconcetti». Cercheranno di aprirsi allo scambio reciproco e di valorizzare le difficili condizioni ambientali. «L’importante – conclude Sodini – è la disponibilità a lasciarsi attraversare dalle cose, più che attraversarle. Un principio raro nell’era dell’io io io, o, come scriveva Collodi, iih-ooh!».

Lascia un commento

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.