Intervista a Simone Cristicchi sul suo “Magazzino 18”

Pezzo pubblicato sul n. 1 (marzo 2015) della rivista Il Teatro e il Mondo, p. 4.

Già la sera del debutto di Magazzino 18 (ottobre del 2013) c’era la polizia in tenuta antisommossa a presidiare il Rossetti di Trieste. E le forze armate hanno accompagnato altre repliche dello spettacolo, come è successo all’Aurora di Scandicci, quando c’è stato bisogno del loro intervento perché Simone Cristicchi potesse salire sul palco. Le polemiche per il cantante-attore sono iniziate fin dall’annuncio di un suo lavoro che avrebbe raccontato l’esodo dall’Istria e la tragedia delle foibe. E hanno accompagnato il primo anno di una tournée che conta circa 150 repliche svolte o programmate, oltre all’omaggio tv ricevuto da Rai1, che ha trasmesso integralmente lo spettacolo. Il tour adesso continua a suon di sold-out, com’è avvenuto anche al Nazionale di Quarrata.

Cristicchi, vogliamo fare un bilancio di quanto è accaduto?

Questa è una storia di confine, e le storie di confine sono sempre due. Se parli con gli sloveni ti racconteranno l’italianizzazione forzata e i crimini commessi dagli “italiani brava gente”. Difficile che citino le foibe o gli altri orrori accaduti. Dall’altra parte, gli italiani inglobati nella dittatura di Tito ti racconteranno un altro dolore: quello dello schiacciamento della loro minoranza tuttora in atto. Dal settembre del 43 al 45 furono commessi degli eccidi e il dolore diventò italiano.
Non c’è una famiglia a Trieste che non abbia sentito la violenza di questo esercito “liberatore”. Tuttora si discute su questa parola: fu davvero una liberazione o fu piuttosto un’occupazione? Per chi l’ha subita, fu un’occupazione, e io non mi vergono a dirlo nello spettacolo, perché quelle terre – l’Istria, Fiume, la Dalmazia, fino all’Isonzo – dovevano essere conquistate dall’esercito di Tito e annesse alla nuova Jugoslavia. Scomparvero centinaia di persone, c’è chi dice migliaia. E dietro ognuno di loro c’è una famiglia che si porta dietro un lutto. Ricordo a Udine una persona di 70 anni che mi disse: “Pensi che io non so ancora dove portare un fiore in memoria di mio padre”.
Se provi a raccontarlo ti scontri con persone che non ammettono che si portino alla luce delle zone d’ombra. Mettere in cattiva luce la Resistenza sembra un oltraggio alla memoria. Ma questa gente non sa che cosa sia stato l’esodo: non è stato altro che un plebiscito popolare, contro una dittatura di stampo comunista. Possono entrarci le foibe come evento scatenante? Quando sono arrivati gli slavi si è generato un clima di terrore. Non eri più proprietario di casa tua, dovevi lavorare obbligatoriamente, non potevi più professare una religione. L’esodo è stato un bisogno di vivere sotto uno stesso cielo, in una stessa nazione. E perché gli esuli venivano chiamati fascisti? Perché avevano il culto del tricolore. Avendo smarrito la loro terra, il tricolore era per loro un simbolo molto forte, di appartenenza. Oggi quasi c’è vergogna del tricolore, ma loro vanno ancora fieri dell’italianità perché l’hanno dovuta difendere.
I ragazzini dei centri sociali non potranno mai capire questo dolore. Attaccano me per attaccare una strumentalizzazione fatta dalla destra: sulle foibe si parla ancora di numeri spropositati, di decine di migliaia di morti, quando la realtà, per fortuna, è molto diversa. Sono comunque stati degli eccidi commessi in tempi di pace e quindi hanno la loro gravità. Ma per questi crimini la maggior di chi li ha commessi ha pagato con un processo, nel dopoguerra. Sono argomenti molto spinosi, ma credo che lo spettacolo abbia in sé un grande equilibrio. Io non voglio dire chi sia stato il più bravo: se c’è un atto d’accusa in questo spettacolo è nei confronti del nostro Paese che ha voluto sotterrare questa storia.

Ma ha avuto anche critiche precise di storici come Claudia Cernigoi…

Questi personaggi ti attaccano per partito preso, perché divulghi una storia per loro scomoda. È vero: ci sono dei punti dello spettacolo che avrei potuto spiegare o approfondire meglio. Ma questo è teatro e non un dibattito fra storici. Prima di salire sul palco, ho fatto leggere il copione a esuli, rimasti e storici. Quando ho avuto il loro avallo, ho pensato di aver fatto un lavoro equilibrato. Ma questi sedicenti storici tendono a sminuire le foibe, a sminuire l’esodo, a parlar bene di una dittatura che ha portato la Jugoslavia a diventare un paese poverissimo, a difendere un’ideologia che è stata sepolta dalla storia.

Torniamo alle origini di questo spettacolo. Che cosa ti aveva spinto a scegliere questa storia e come avevi lavorato per costruirla?

Andai a visitare il Magazzino 18 (un grande deposito del Porto Vecchio di Trieste, dove sono ancora accatastati gli oggetti degli esuli che arrivarono dall’Istria, n.d.r.) durante le ricerche per Mio nonno è morto in guerra, il mio lavoro sulla seconda Guerra Mondiale. Appena uscii di lì, decisi di raccontare questa vicenda, perché avevo visto questa scenografia naturale, questo museo suo malgrado: sembrava una gigantesca opera d’arte contemporanea. Ho iniziato da un libro di Jan Bernas, che è poi diventato coautore dello spettacolo: Ci chiamavano fascisti. Eravamo italiani. È una densa raccolta di interviste a esuli e rimasti, da cui abbiamo tratto varie storie. Poi ho iniziato ad incontrare la gente, a cercare aneddoti, e ho scoperto la strage di Vergarolla, il controesodo dei monfalconesi: storie che non verranno mai scritte sui libri di scuola. Alla fine, il regista, Antonio Calenda, mi ha suggerito di trasformare intere pagine del mio copione in canzoni, e così ho proceduto per sottrazione, arrivando a uno spettacolo unico nel suo genere, che non è né teatro-civile né teatro-canzone.

Fra tutti gli episodi che racconti, ce n’è qualcuno che ti ha colpito in particolar modo?

I morti di esodo, quelli che non compaiono nelle contabilità della signora Cernigoi. Sono morti di depressione o di malinconia, donne impiccate, bambine, come Marinella Filippaz, morta di freddo nell’inverno del ’56 in un campo profughi vicino a Trieste. E poi anche i padri che si sono uccisi con l’alcol, non potendo sopportare una vita fatta di stenti. Questi sono i morti che nessuno ha mai contato. Quanti sono? Mille? Diecimila?

Fra le tante repliche dello spettacolo e le discussioni che ha suscitato, hai l’impressione di essere riuscito a dissotterrare queste vicende?

Mi è stato detto da una signora di Trieste: “Ora posso morire felice perché qualcuno ha raccontato la nostra storia”. È il più bel complimento che potessi ricevere. Girando l’Italia sento che questa vicenda non si conosce per niente, quindi mi sembra di fare un servizio informativo, poi ognuno può approfondire come crede. Ma è importante tornare a riflettere su una storia che ci riporta alla realtà odierna. Quando vedo quel che sta succedendo a Roma, con la guerriglia urbana che si scatena all’arrivo degli immigrati nei centri di accoglienza, ripenso ai racconti degli esuli istriani, che venivano chiamati “gli slavi”, “gli zingari” o “i banditi giuliani”. Ora, fra le cose più emozionanti che sono successe, l’ente che gestisce il Magazzino 18 ha deciso di aprirlo al pubblico in occasione del ritorno dello spettacolo a Trieste. Sono arrivate migliaia di richieste, c’era una lista d’attesa così lunga che per smaltirla ci hanno messo dei mesi. Nonostante questo, nessuno ha ancora pensato di far ci un vero e proprio luogo della memoria.

Gherardo Vitali Rosati
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