Verso la critica 2.0, lentamente

Pezzo pubblicato sul n. 3 (ottobre 2015) della rivista Il Teatro e il Mondo, p. 12.

Pare che un tempo, sui giornali, la critica teatrale fosse davvero importante. Lo testimoniano quei volumi con gli scritti di nomi illustri, da Roberto De Monticelli (Bulzoni) a Silvio D’Amico (Novecento), e i ricordi di redazioni che a tarda notte aspettavano la recensione di un qualche Poesio. O ancora i racconti di attori tremanti per l’arrivo di Franco Quadri, una cui parola sarebbe bastata – ci dicono – ad aprire la via dell’Olimpo o a frenare luminose carriere. Ma per credere tutto questo ci vuole una passione per la Storia, o magari un’infatuazione per il cinema, che pochi mesi fa presentava una avvizzita e potente critica del New York Times in Blackbird. Non è solo lo tsunami del web che ha cambiato le cose, minacciando la carta stampata e inflazionando il “lavoro” del giornalista, che spesso scrive a gratis o per pochi spiccioli.  Per la critica teatrale, le cose andavano già male. Recensioni in via di estinzione e spazi più ampi solo per presentazioni e interviste, meglio se con divi di cinema e tv. Sarà mancata la fiducia nel critico, che magari tradiva i lettori per un umore passeggero o per una sincera infatuazione verso una criptica sperimentazione. O forse non c’è più tempo ed interesse per le elucubrazioni altrui. Ma si è anche allargato il bacino di utenza, spingendo gli editori in una strana rincorsa a gattini che saltano e a modelle in costume.

Eppure la critica resiste, anzi, rilancia. Con portali web che combinano approfondimenti, frammenti video e interviste, offrendo al lettore tutti gli elementi per farsi una seria opinione di quello che andrà a vedere. Resistono anche le tradizionali recensioni, scritte magari la notte da chi di giorno deve fare un altro lavoro. Se la “professione” è in crisi – un tempo di questo si campava – restano, bontà loro, i critici. È vero che ai tempi di Tripadvisor, ogni utente è un critico, e accanto a riviste e portali seri (Hystrio, Delteatro) pullulano decine di pagine fatte in casa. Ma non è un gran male. Il web ci abitua a surfare, confrontando sempre più siti, ed è raro farsi un’idea completamente sbagliata di uno spettacolo, cosa che invece capitava se Il Critico non era in buona. Questa Critica 2.0 usa nuovi strumenti e chi la fa spesso si forma in appositi corsi di specializzazione, affiancando a volte anche una pratica artistica. Chi cerca informazioni e approfondimenti, li trova. È strano che questo non interessi le grandi testate, che solo in pochi casi sfruttano le nuove possibilità per parlare di teatro. Nel mondo anglosassone è già la norma: Guardian, New York Times, e molti altri, offrono nutrite sezioni probabilmente più articolate e certo più corali delle pagine di un tempo. Da noi siamo ancora in transizione. Chissà cosa ne direbbero D’Amico, De Monticelli o magari Poesio. Pollice in alto o pollice in basso per la Critica 2.0?

Gherardo Vitali Rosati
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